Primi riti del dolce sonno

1, agosto, 2008

Misia ha talento, un talento feroce. Un talento che si annusa, che si sente subito.
Primi riti del dolce sonno, il suo romanzo d’esordio, è una fiaba insieme delicata e spietata, che sa essere leggera come una piuma e pesante come piombo.
Dieci giorni, in una villa abbandonata. Due ragazzi e una ragazza. Soli. Soli con qualche provvista, con una scorta di pillole e cinque cd dei Placebo. Dieci giorni, non uno di meno, non uno di più. Dieci giorni per mettere in pratica tutto quello che è stabilisce il Programma. Dieci giorni per scacciare gli incubi. Dieci giorni per ritrovare il Dolce Sonno. Per sempre.
La scrittura di Misia Donati è incantevole. Apparentemente pura, cristallina, cela bagliori d’inquietudine. Con una semplicità disarmante, scava a fondo, nel profondo, fino a scarnificare, a raggiungere l’osso, lasciando sulla pelle graffi e ferite.

Misia Donati, Primi riti del dolce sonno, Zandegù, 2006


Sardinia Blues

5, giugno, 2008

Ho sempre sostenuto, e sempre sosterrò, che non siamo noi a scegliere i libri, ma il contrario. I libri ci fiutano, ci annusano e ci vengono incontro, in modi spesso imperscrutabili.

Non sapevo che esistesse Sardinia Blues. A dirla tutta, non sapevo neanche che esistesse Flavio Soriga. Se non che si sono verificati due eventi, in concomitanza. Una mia amica si è lasciata conquistare dal romanzo e io dall’autore.

Sardinia Blues è un libro che ho amato tanto e pure se non si fossero verificati gli eventi concomitanti di cui sopra, sarebbe bastato già solo aprirlo, leggere la dedica («Ai sardi che sanno essere leggeri») – perché c’è qualcosa che ha più valore della leggerezza, del saper essere leggeri? la mia risposta, drastica, è no – e l’esergo («Stringimi madre, ho molto peccato, ma la vita è un suicidio, l’amore è un rogo. E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida») – dalla mia canzone preferita del mio gruppo preferito – a innamorarmi.

Secondo molti, in questo libro, Soriga racconta la Sardegna. Sì, certo, ma fosse solo quello, sarebbe banale. Soriga racconta sì la Sardegna, ma va oltre. In primo luogo perché racconta una storia (e quanti sono gli scrittori giovani, oggi, che sanno raccontare storie? Domanda retorica. Risposta scontata: pochi, troppo pochi).

Una storia, si diceva. Una storia bella, poetica, cruda, sincera e viscerale. Una storia che racchiude storie – quella di Davide, di Corda, di Licheri, dei tanti personaggi che hanno apparentemente solo un ruolo marginale. Una storia di disillusioni, soprattutto, così lucida a modo suo. Una storia nella quale niente è scontato che, soprattutto, non cede mai alla tentazione di farsi stucchevole.

Soriga ha una dote rara e meravigliosa: quella di saper coniugare leggerezza e densità. Lunga vita a Flavio e ai pirati.

Flavio Soriga, Sardinia Blues, Bompiani, 2008


Sorvegliato dai fantasmi

3, giugno, 2008

[C'era una volta una lettrice alla fiera del libro di Torino. La lettrice aveva deciso che, per la prima volta in vita sua, sarebbe uscita indenne da un evento libresco, senza portarsi a casa niente. La lettrice, però, si ritrovò allo stand dell'editore Barbera con l'amica redattrice e lì c'era anche l'autore Gabriele Dadati. Così la lettrice comprò la raccolta di racconti di quel giovane autore di cui tanto bene, specie negli ultimi tempi, aveva sentito dire.]

Per troppo tempo ho trascurato quella che anni fa era la mia passione divorante: la lettura degli esordienti (o quasi) italiani. Sto ricominciando, per colmare lacune e per assecondare un piacere antico e personale. Questa è, al di là dell’aneddotica, una delle ragioni per cui ho letto Sorvegliato dai fantasmi di Gabriele Dadati (publiccato prima da Pequod e ora, in versione lievissimamente modificata, da Barbera).

Dadati è bravo, le sue storie sono belle. Finito di leggere i racconti, ho iniziato a sperare nell’uscita di un suo romanzo, già in preda alla nostalgia della sua scrittura personale e matura, dei suoi personaggi vivi e poliedrici. Sopratutto, però, in preda alla nostalgia delle sue atmosfere.

Sì, perché se c’è una cosa che spicca, nei racconti di Dadati, è quello: l’atmosfera. Che faccia incursione nel giallo (e quello è, a mio avviso, uno dei pochi racconti al di sotto del livello, per il resto alto, della raccolto), che scelga di esplorare un argomento pop, pur senza rinunciando alla poesia (quelli come Dadati e come me, quelli della nostra generazione insomma, sono stati a lungo ossessionati dalla domanda: Che fine ha fatto il biondino degli 883?), che riesumi serial killer entrando nella loro testa (e il racconto dei pensieri, della difesa mai pronunciata di Charles Manson è uno dei più belli, secondo me), Dadati sa non tanto evocare quanto creare atmosfere consone e avvolgenti, sempre diverse eppure in qualche modo simili.

Dadati è bravo, forse perché è tutto meno che un giovane scrittore ombelicale. Perché sa entrare nell’anima di creature che, necessariamente, gli sono lontane – per età, condizione sociale, aspirazioni, contesto geografico e perfino storico.

Un ragazzo poco più che ventenne, del resto, deve avere talento per riuscire a farsi madre gelosa, marito e insieme moglie in assenza – i racconti, questi, che per me svettano.

Bravo, Dadati.

Gabriele Dadati, Sorvegliato dai fantasmi, Barbera, 2008


Le mie condoglianze

27, maggio, 2008

Da qualche parte, nella Frantumaglia (libro che dovrebbe diventare una lettura obbligatoria per chiunque), Elena Ferrante dice di sé: «D’altra parte non sono una lettrice coscienziosa, di buona memoria. Leggo moltissimo ma disordinatamente, e dimentico quello che leggo. Anzi, per dire meglio, ne conservo una memoria distorta». Ecco, le sue parole mi cadono a pennello. E però, sempre più spesso, noto che laddove non arriva la testa, arriva l’istinto, o forse il caso.

Ho letto Le mie condoglianze di Dulce Maria Cardoso (libro fluidamente tradotto dall’ottimo Daniele Petruccioli) di seguito al Kaddish profano per il corpo perduto. Ho percepito affinità fra i due libri e non solo perché, in entrambi i casi, la protagonista è una donna obesa. Del romanzo della Mazzucato, però, ho già detto. Di quello della Cardoso, invece, non ancora.

Le mie condoglianze va letto con calma, va sorseggiato, come un buon bicchiere di vino, per essere gustato al meglio, per lasciarsi prendere lentamente e poi condurre per mano da quel ritmo narrativo apparentemente ostico e invece magicamente perfetto, e per lasciarsi innamorare dalla ricchissima carrellata di personaggi un po’ grotteschi ma, forse proprio per questo, inquietantemente reali(stici).

Ho vissuto Le mie condoglianze come un lungo canto funebre (e sì, la struttura è molto musicale, così puntellata com’è di refrain: «chic, très chic» e «bêtises, ma chérie», su tutti), come una lama che piano piano affondava nelle viscere, scandagliando fratture – quelle di Violeta, certo, ma anche tante fratture che accomunano tutti o se non tutti tanti.

L’obesità, si diceva, ma non solo. L’obesità anche qui è un pretesto, un punto di partenza per andare oltre, al di là. Per scavare nei rapporti familiari (madre-figlia, figlia-madre, come sempre, come se non si potesse prescindere, e ancora figlia-padre, sorella-fratello) spesso non lineari ma complicati e irrisolti. Per guardare da fuori (eppure da dentro) il cambiamento, nella duplice dimensione privata e pubblica (la Storia, quella con la s maiuscola, fa capolino, interviene, si incrocia e, in qualche modo, influisce sulla storia, quella con la s minuscola, quella della famiglia di Violeta).

Dulce Maria Cardoso, Le mie condoglianze, Voland, 2007 – traduzione di Daniele Petruccioli.


If I Told You Once

5, maggio, 2008

Spesso autori promettenti, di talento, che si esprimono con ottimi risultati attraverso la forma breve del racconto, si smarriscono quando si cimentano col romanzo. Non è il caso di Judy Budnitz che tra una raccolta di racconti e l’altra (Flying Leap – Notable Book del NY Times nel 1998 – e Nice Big American Baby – di prossima traduzione e pubblicazione in Italia), ha scritto un romanzo d’esordio che è stato finalista all’Orange Prize nel 2000: If I Told You Once.

Judy Budnitz, le cui storie sono comparse sulle principali riviste statunitensi (The New Yorker, McSweeney’s, The Paris Review, giusto per citarne alcune tra le più prestigiose), finora è arrivata in Italia solo all’interno di antologie collettive (Chiamami, bastardo! L’ABC degli amori bastardi, Piemme e Burned Children of America e United Stories of America, Minimum Fax). Ed è curioso, quasi inspiegabile, che l’editoria italiana abbia dimostrato tanta disattenzione nei suoi confronti. L’autrice georgiana è sicuramente una delle più talentuose tra quelle della sua generazione, un’esponente di punta di quello che i critici statunitensi definiscono “nuovo realismo magico”, una sorta di sorella letteraria di Aimee Bender e ancor di più di Amanda Davis.

Nuovo realismo magico, si diceva. Etichetta perfetta, sebbene il romanzo penda più verso la magia (magia, però, è un termine che potrebbe trarre in inganno) che verso il realismo, diversamente dai racconti. Fin dalle prime pagine, fin dall’incipit addirittura, sembra di leggere una fiaba, una fiaba moderna. E non è una metafora. La Budnitz pesca a piene mani dal patrimonio tradizionale delle fiabe occidentali (la quarta di copertina e molti strilli e recensioni citano i fratelli Grimm, ma c’è anche molto Perrault). I riferimenti sono spesso nascosti, talvolta palesi: una pittrice che segrega e uccide i suoi mariti come una sorta di Barbablù in gonnella, e la storia di Cenerentola che, in sogno, assume quasi contorni da incubo. Accanto alla fiaba, ci sono anche la mitologia (un riferimento a tre sorelle - «Cucivano all’unisono (…) Una svolgeva il filo, la seconda lo misurava, la terza lo tagliava» che ricordano le Parche, ma anche le tre streghe del Macbeth ed è quasi automatico trovare un’altra – ultima, definitiva e fondamentale – trasposizione delle Parche nel trio composto da Ilana, Sashie e Mara) e il folclore (tradizioni popolari, superstizioni, perfino un episodio di cannibalismo).

Ma al di là delle citazioni, dei riferimenti, delle suggestioni, è la struttura stessa del romanzo che fa pensare alla fiaba. Se i racconti rientrano nel fantastico secondo gli schemi teorizzati da Todorov, che colloca il genere in uno spazio intermedio, nel quale a farla da padrone è sempre il perturbante che nasce dall’esitazione, qui non mancano le formule tipiche («Once upon a time», seppure non in apertura, compare dopo alcune decine di pagine) e le caratteristiche che, secondo Propp, definiscono il genere della fiaba.

La storia comincia in un tempo lontano, ma non troppo, presumibilmente all’inizio del Novecento, in un villaggio isolato e sommerso dalla neve, in un luogo non meglio identificato – potrebbe essere un Paese dell’est dell’Europa. Per oltre un centinaio di pagine, la sola voce narrante è quella di Ilana che racconta della sua vita, della sua famiglia, della sua fuga, dei suoi incontri, delle sue peregrinazioni rincorrendo il miraggio di una città colorata e incantata e del suo arrivo in una terra promessa che altro non è che l’America. L’America, però, non diventa subito la nuova cornice, il nuovo scenario della vicenda perché è come se Ilana portasse in America il suo villaggio, quello che viene ripetutamente definito «the old country». La voce di Ilana lascia poi spazio alle voci altrui, quella di Sashie, di Mara, e infine di Nomie, con le quali si alterna. Ed è col susseguirsi delle generazioni, con l’incedere del tempo e con il procedere degli eventi verso i giorni nostri, la nostra epoca, che la fiaba si mescola alla realtà, dando vita a questo “nuovo realismo magico”.

Judy Budnitz ha una scrittura ipnotica, che conquista e ti porta dove vuole. Crea personaggi vivi e straordinari, sfruttando immagini e simbologie che non è facile dimenticare, scava a fondo nell’animo umano, in particolare in quello femminile, facendo vivere sulla pagina donne (gli uomini ci sono, ma sono sempre personaggi marginali) ferite, donne che hanno un passato che pesa più del presente, che nascondono segreti, che nutrono sospetti, che coltivano silenzi. Donne diverse eppure simili, lontane ma fatalmente vicine, ambivalenti, legate a filo doppio, da un cordone ombelicale mai reciso – e sono bellissime le immagini in cui Nomie, la più giovane, la più diversa, la più estranea, guarda e descrive quasi dall’esterno, con lucidità, il suo nucleo familiare fatto di donne che richiamano immagini di matrioske o di scatole cinesi – «Stanze all’interno di altre stanze e storie all’interno di altre storie».

If I Told You Once è una suspension of disbelief lunga quasi trecento pagine, ma anche una storia delicata, poetica e raffinata d’impronta femminile, quasi matriarcale, che racconta la guerra, l’amore, il rapporto spesso difficile con le radici, il dramma dell’emigrazione, i rapporti familiari – tra madri e figlie e tra fratelli e sorelle -, sempre attraverso il velo del soprannaturale.

Judy Budnitz, If I Told You Once, Picador, 2000


Kaddish profano per il corpo perduto

30, aprile, 2008

«La vita è un loop, una continua elaborazione di frasi simili da spargere in giro variando solo qualche parola». Lo è anche la scrittura? Sì, a volte, quando diventa esercizio sterile e formale, quando l’inchiostro è puro pigmento non contaminato da viscere e umori. Di certo non è il caso della scrittura di Francesca Mazzucato, di certo non è il caso di Kaddish profano per il corpo perduto che, come l’autrice stessa dichiara, nasce da un grumo e racconta di una frattura.

Nel breve spazio di una torrida estate, una telefonata, un incontro, chiacchiere agevolate da un vinello che scende leggero, un ritorno a un passato lontano, forse neanche troppo, a un compagno un tempo amato e amante, che si appresta a partire, ad andare in vacanza, che lancia una proposta repentina, miracolosamente accolta.

Budapest, la meta: una città che è un crogiolo (di storie, culture, tradizioni, etnie, odori, sapori), una città che di fratture ne ha vissute, e tante, terribili, fratture non ancora sanate, non ancora ricomposte (ma è possibile ricomporre le fratture? e se sì, non c’è sempre una cicatrice, una linea imperfetta a ricordare, a renderne presente, sempre, il ricordo, il segno?), ancora visibili.

Il corpo, è questo il fulcro attorno al quale ruota il romanzo. Non un corpo qualsiasi, non un corpo adatto, con il codice a barre perfetto e nitido. Questo corpo è assolutamente inappropriato, a tratti sconveniente: è enorme, ingombrante, debordante. È un corpo obeso. Di più, è il corpo di una scrittrice obesa imprigionata in un mondo popolato e dominato da scrittrici anoressiche.

In un ambito precario, che rappresenta forse la quintessenza della precarietà di questa nostra epoca dove niente è certo, dove niente è durevole, dove niente è dato ma solo temporaneamente concesso, nell’ambito di quella che un tempo era la cultura e che oggi, più prosaicamente, è solo l’editoria (fatta di scrittura, di traduzione, di recensioni-marchette) un corpo come questo fa sempre più fatica a trovare spazio: deve sforzarsi di adeguarsi ad aree create a uso e consumo di taglie small, se non extra-small, deve cercare di celarsi, occultarsi il più possibile, nel tentativo di mimetizzarsi, di sparire, per non creare disagio, fastidio, disgusto.

Eppure «non sempre le imperfezioni creano solo disturbo. Possono anche creare meraviglia. Singolari, speciali meraviglie». È questo il caso di Kaddish profano per il corpo perduto: un romanzo stratificato come il corpo che racconta e che lo impregna e lo pervade. Non si tratta però di adipe ma di ricordi, influenze, dolori e consapevolezza.

Dalla frattura si parte, alla frattura si arriva, attraverso un viaggio inatteso, improvviso e sorprendente, un viaggio che è reale, concreto e insieme metaforico (quasi a inserirsi, pur re-inventandolo, nel filone un tempo florido e non più à la page del romanzo di formazione).

Francesca Mazzucato, Kaddish profano per il corpo perduto, Azimut, 2008


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