Kaddish profano per il corpo perduto

«La vita è un loop, una continua elaborazione di frasi simili da spargere in giro variando solo qualche parola». Lo è anche la scrittura? Sì, a volte, quando diventa esercizio sterile e formale, quando l’inchiostro è puro pigmento non contaminato da viscere e umori. Di certo non è il caso della scrittura di Francesca Mazzucato, di certo non è il caso di Kaddish profano per il corpo perduto che, come l’autrice stessa dichiara, nasce da un grumo e racconta di una frattura.

Nel breve spazio di una torrida estate, una telefonata, un incontro, chiacchiere agevolate da un vinello che scende leggero, un ritorno a un passato lontano, forse neanche troppo, a un compagno un tempo amato e amante, che si appresta a partire, ad andare in vacanza, che lancia una proposta repentina, miracolosamente accolta.

Budapest, la meta: una città che è un crogiolo (di storie, culture, tradizioni, etnie, odori, sapori), una città che di fratture ne ha vissute, e tante, terribili, fratture non ancora sanate, non ancora ricomposte (ma è possibile ricomporre le fratture? e se sì, non c’è sempre una cicatrice, una linea imperfetta a ricordare, a renderne presente, sempre, il ricordo, il segno?), ancora visibili.

Il corpo, è questo il fulcro attorno al quale ruota il romanzo. Non un corpo qualsiasi, non un corpo adatto, con il codice a barre perfetto e nitido. Questo corpo è assolutamente inappropriato, a tratti sconveniente: è enorme, ingombrante, debordante. È un corpo obeso. Di più, è il corpo di una scrittrice obesa imprigionata in un mondo popolato e dominato da scrittrici anoressiche.

In un ambito precario, che rappresenta forse la quintessenza della precarietà di questa nostra epoca dove niente è certo, dove niente è durevole, dove niente è dato ma solo temporaneamente concesso, nell’ambito di quella che un tempo era la cultura e che oggi, più prosaicamente, è solo l’editoria (fatta di scrittura, di traduzione, di recensioni-marchette) un corpo come questo fa sempre più fatica a trovare spazio: deve sforzarsi di adeguarsi ad aree create a uso e consumo di taglie small, se non extra-small, deve cercare di celarsi, occultarsi il più possibile, nel tentativo di mimetizzarsi, di sparire, per non creare disagio, fastidio, disgusto.

Eppure «non sempre le imperfezioni creano solo disturbo. Possono anche creare meraviglia. Singolari, speciali meraviglie». È questo il caso di Kaddish profano per il corpo perduto: un romanzo stratificato come il corpo che racconta e che lo impregna e lo pervade. Non si tratta però di adipe ma di ricordi, influenze, dolori e consapevolezza.

Dalla frattura si parte, alla frattura si arriva, attraverso un viaggio inatteso, improvviso e sorprendente, un viaggio che è reale, concreto e insieme metaforico (quasi a inserirsi, pur re-inventandolo, nel filone un tempo florido e non più à la page del romanzo di formazione).

Francesca Mazzucato, Kaddish profano per il corpo perduto, Azimut, 2008

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