Le mie condoglianze

27, Maggio, 2008

Da qualche parte, nella Frantumaglia (libro che dovrebbe diventare una lettura obbligatoria per chiunque), Elena Ferrante dice di sé: «D’altra parte non sono una lettrice coscienziosa, di buona memoria. Leggo moltissimo ma disordinatamente, e dimentico quello che leggo. Anzi, per dire meglio, ne conservo una memoria distorta». Ecco, le sue parole mi cadono a pennello. E però, sempre più spesso, noto che laddove non arriva la testa, arriva l’istinto, o forse il caso.

Ho letto Le mie condoglianze di Dulce Maria Cardoso (libro fluidamente tradotto dall’ottimo Daniele Petruccioli) di seguito al Kaddish profano per il corpo perduto. Ho percepito affinità fra i due libri e non solo perché, in entrambi i casi, la protagonista è una donna obesa. Del romanzo della Mazzucato, però, ho già detto. Di quello della Cardoso, invece, non ancora.

Le mie condoglianze va letto con calma, va sorseggiato, come un buon bicchiere di vino, per essere gustato al meglio, per lasciarsi prendere lentamente e poi condurre per mano da quel ritmo narrativo apparentemente ostico e invece magicamente perfetto, e per lasciarsi innamorare dalla ricchissima carrellata di personaggi un po’ grotteschi ma, forse proprio per questo, inquietantemente reali(stici).

Ho vissuto Le mie condoglianze come un lungo canto funebre (e sì, la struttura è molto musicale, così puntellata com’è di refrain: «chic, très chic» e «bêtises, ma chérie», su tutti), come una lama che piano piano affondava nelle viscere, scandagliando fratture – quelle di Violeta, certo, ma anche tante fratture che accomunano tutti o se non tutti tanti.

L’obesità, si diceva, ma non solo. L’obesità anche qui è un pretesto, un punto di partenza per andare oltre, al di là. Per scavare nei rapporti familiari (madre-figlia, figlia-madre, come sempre, come se non si potesse prescindere, e ancora figlia-padre, sorella-fratello) spesso non lineari ma complicati e irrisolti. Per guardare da fuori (eppure da dentro) il cambiamento, nella duplice dimensione privata e pubblica (la Storia, quella con la s maiuscola, fa capolino, interviene, si incrocia e, in qualche modo, influisce sulla storia, quella con la s minuscola, quella della famiglia di Violeta).

Dulce Maria Cardoso, Le mie condoglianze, Voland, 2007 – traduzione di Daniele Petruccioli.


If I Told You Once

5, Maggio, 2008

Spesso autori promettenti, di talento, che si esprimono con ottimi risultati attraverso la forma breve del racconto, si smarriscono quando si cimentano col romanzo. Non è il caso di Judy Budnitz che tra una raccolta di racconti e l’altra (Flying Leap – Notable Book del NY Times nel 1998 – e Nice Big American Baby – di prossima traduzione e pubblicazione in Italia), ha scritto un romanzo d’esordio che è stato finalista all’Orange Prize nel 2000: If I Told You Once.

Judy Budnitz, le cui storie sono comparse sulle principali riviste statunitensi (The New Yorker, McSweeney’s, The Paris Review, giusto per citarne alcune tra le più prestigiose), finora è arrivata in Italia solo all’interno di antologie collettive (Chiamami, bastardo! L’ABC degli amori bastardi, Piemme e Burned Children of America e United Stories of America, Minimum Fax). Ed è curioso, quasi inspiegabile, che l’editoria italiana abbia dimostrato tanta disattenzione nei suoi confronti. L’autrice georgiana è sicuramente una delle più talentuose tra quelle della sua generazione, un’esponente di punta di quello che i critici statunitensi definiscono “nuovo realismo magico”, una sorta di sorella letteraria di Aimee Bender e ancor di più di Amanda Davis.

Nuovo realismo magico, si diceva. Etichetta perfetta, sebbene il romanzo penda più verso la magia (magia, però, è un termine che potrebbe trarre in inganno) che verso il realismo, diversamente dai racconti. Fin dalle prime pagine, fin dall’incipit addirittura, sembra di leggere una fiaba, una fiaba moderna. E non è una metafora. La Budnitz pesca a piene mani dal patrimonio tradizionale delle fiabe occidentali (la quarta di copertina e molti strilli e recensioni citano i fratelli Grimm, ma c’è anche molto Perrault). I riferimenti sono spesso nascosti, talvolta palesi: una pittrice che segrega e uccide i suoi mariti come una sorta di Barbablù in gonnella, e la storia di Cenerentola che, in sogno, assume quasi contorni da incubo. Accanto alla fiaba, ci sono anche la mitologia (un riferimento a tre sorelle - «Cucivano all’unisono (…) Una svolgeva il filo, la seconda lo misurava, la terza lo tagliava» che ricordano le Parche, ma anche le tre streghe del Macbeth ed è quasi automatico trovare un’altra – ultima, definitiva e fondamentale – trasposizione delle Parche nel trio composto da Ilana, Sashie e Mara) e il folclore (tradizioni popolari, superstizioni, perfino un episodio di cannibalismo).

Ma al di là delle citazioni, dei riferimenti, delle suggestioni, è la struttura stessa del romanzo che fa pensare alla fiaba. Se i racconti rientrano nel fantastico secondo gli schemi teorizzati da Todorov, che colloca il genere in uno spazio intermedio, nel quale a farla da padrone è sempre il perturbante che nasce dall’esitazione, qui non mancano le formule tipiche («Once upon a time», seppure non in apertura, compare dopo alcune decine di pagine) e le caratteristiche che, secondo Propp, definiscono il genere della fiaba.

La storia comincia in un tempo lontano, ma non troppo, presumibilmente all’inizio del Novecento, in un villaggio isolato e sommerso dalla neve, in un luogo non meglio identificato – potrebbe essere un Paese dell’est dell’Europa. Per oltre un centinaio di pagine, la sola voce narrante è quella di Ilana che racconta della sua vita, della sua famiglia, della sua fuga, dei suoi incontri, delle sue peregrinazioni rincorrendo il miraggio di una città colorata e incantata e del suo arrivo in una terra promessa che altro non è che l’America. L’America, però, non diventa subito la nuova cornice, il nuovo scenario della vicenda perché è come se Ilana portasse in America il suo villaggio, quello che viene ripetutamente definito «the old country». La voce di Ilana lascia poi spazio alle voci altrui, quella di Sashie, di Mara, e infine di Nomie, con le quali si alterna. Ed è col susseguirsi delle generazioni, con l’incedere del tempo e con il procedere degli eventi verso i giorni nostri, la nostra epoca, che la fiaba si mescola alla realtà, dando vita a questo “nuovo realismo magico”.

Judy Budnitz ha una scrittura ipnotica, che conquista e ti porta dove vuole. Crea personaggi vivi e straordinari, sfruttando immagini e simbologie che non è facile dimenticare, scava a fondo nell’animo umano, in particolare in quello femminile, facendo vivere sulla pagina donne (gli uomini ci sono, ma sono sempre personaggi marginali) ferite, donne che hanno un passato che pesa più del presente, che nascondono segreti, che nutrono sospetti, che coltivano silenzi. Donne diverse eppure simili, lontane ma fatalmente vicine, ambivalenti, legate a filo doppio, da un cordone ombelicale mai reciso – e sono bellissime le immagini in cui Nomie, la più giovane, la più diversa, la più estranea, guarda e descrive quasi dall’esterno, con lucidità, il suo nucleo familiare fatto di donne che richiamano immagini di matrioske o di scatole cinesi – «Stanze all’interno di altre stanze e storie all’interno di altre storie».

If I Told You Once è una suspension of disbelief lunga quasi trecento pagine, ma anche una storia delicata, poetica e raffinata d’impronta femminile, quasi matriarcale, che racconta la guerra, l’amore, il rapporto spesso difficile con le radici, il dramma dell’emigrazione, i rapporti familiari – tra madri e figlie e tra fratelli e sorelle -, sempre attraverso il velo del soprannaturale.

Judy Budnitz, If I Told You Once, Picador, 2000