Sardinia Blues

Ho sempre sostenuto, e sempre sosterrò, che non siamo noi a scegliere i libri, ma il contrario. I libri ci fiutano, ci annusano e ci vengono incontro, in modi spesso imperscrutabili.

Non sapevo che esistesse Sardinia Blues. A dirla tutta, non sapevo neanche che esistesse Flavio Soriga. Se non che si sono verificati due eventi, in concomitanza. Una mia amica si è lasciata conquistare dal romanzo e io dall’autore.

Sardinia Blues è un libro che ho amato tanto e pure se non si fossero verificati gli eventi concomitanti di cui sopra, sarebbe bastato già solo aprirlo, leggere la dedica («Ai sardi che sanno essere leggeri») – perché c’è qualcosa che ha più valore della leggerezza, del saper essere leggeri? la mia risposta, drastica, è no – e l’esergo («Stringimi madre, ho molto peccato, ma la vita è un suicidio, l’amore è un rogo. E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida») – dalla mia canzone preferita del mio gruppo preferito – a innamorarmi.

Secondo molti, in questo libro, Soriga racconta la Sardegna. Sì, certo, ma fosse solo quello, sarebbe banale. Soriga racconta sì la Sardegna, ma va oltre. In primo luogo perché racconta una storia (e quanti sono gli scrittori giovani, oggi, che sanno raccontare storie? Domanda retorica. Risposta scontata: pochi, troppo pochi).

Una storia, si diceva. Una storia bella, poetica, cruda, sincera e viscerale. Una storia che racchiude storie – quella di Davide, di Corda, di Licheri, dei tanti personaggi che hanno apparentemente solo un ruolo marginale. Una storia di disillusioni, soprattutto, così lucida a modo suo. Una storia nella quale niente è scontato che, soprattutto, non cede mai alla tentazione di farsi stucchevole.

Soriga ha una dote rara e meravigliosa: quella di saper coniugare leggerezza e densità. Lunga vita a Flavio e ai pirati.

Flavio Soriga, Sardinia Blues, Bompiani, 2008

5 Risposte a “Sardinia Blues”

  1. chiaradavinci Dice:

    Nel mio caso è stato il romanzo giusto nel momento giusto. Io che sono sarda in Toscana e toscana in Sardegna, aspettavo da sempre un libro che parlasse con questo tono di questi luoghi, senza santificazioni da cartolina, né isolazionismi particolari da sardosardista. E non mi sarei aspettata di leggere certe pagine sulla normalità della diversità in un momento in cui entravo e uscivo dagli ospedali con tanta frequenza.

    A me del romanzo è piaciuto soprattutto il fatto che l’autore è uno che prende posizione. Prende posizione nei confronti della malattia perché non vuole essere considerato malato, prende posizione nei confronti della Sardegna perché non vuole le rappresentazioni da Sardegna, prende posizione nei confronti della letteratura italiana di moda perché decostruisce il noir-a-tuti-i-costi. E lo fa, come tu ben dici, con estrema leggerezza e senza atteggiamenti da Eleonora Duse.

    Soprattutto mi piace perché Soriga prende se stesso e il proprio ruolo di scrittore molto poco sul serio.

    E vogliamo parlare del linguaggio? E’ un blues coi controritmi. Ti sembra di sentirlo raccontare da una voce roca e un po’ impastata dalle troppe sigarette e il troppo alcol (filuferro, ma anche no), ti sembra di sentire le onde che si infrangono sulla battigia diciamo ogni cinque righe, ma senza esagerazioni, senza forzature, con una leggerezza e una calma che forse solo un sardo trasferito a Londra e tornato a casa può avere.

    P.S. La tua amica si è lasciata conquistare solo dal romanzo perché è felicemente sposata, altrimenti mi sa che saremmo arrivate alle mani.

  2. lettrice Dice:

    Sì, parliamone del linguaggio.

    Qualcuno (non so più dove l’ho letto) lo accostava a Nori. Bah, perplessità. Io, da brava aspirante a titolare di cattedra in Studi noriani (ahahah), non ci vedo molte affinità. Se non – forse – la capacità (lo chiamiamo talento misto a tecnica?) di rendere la narrazione fluida in maniera quasi miracolosa.

    E sa davvero cosa sono le variazioni di ritmo. Dono raro.

    Mi sa che provvederò a procurarmi la sua opera omnia. E ti dirò.

  3. chiaradavinci Dice:

    Io Nori l’ho incrociato a un paio di conferenze, dove parlava di letteratura e leggeva cose sue e di altri. Mi è piaciuto talmente tanto che non ho comprato nulla di suo per paura di rimanerci male. Poi la montagna è venuta da chiaradavinci e aspetto il momento giusto per far fuori anche lui.
    Per quel poco che ho potuto vedere, però, lui e Soriga mi sono sembrati lontani anni luce. Strabordante Nori, un po’ studiato ma sveglio Soriga, e i loro stili mi sa che sono frutto di cotante personalità.

  4. lettrice Dice:

    Ti racconto il mio incontro con Nori. Einaudi aveva appena ripubblicato Bassotuba non c’è. Io Nori non lo conoscevo e un’amica mi regalò il libro. Finito di leggerlo, ero abbastanza perplessa, tanto che alla mia amica chiesi se non mi avesse comprato una copia “corrotta”, una a cui mancavano le ultime pagine, per esempio. Ed ero seria. Quando mi disse di no, che il libro era quello, che finiva a quel modo, io mi convinsi che non l’avevo capito perché non avevo letto il primo (Le cose non sono le cose). Ecco, da allora, Nori per me diventò una droga. Anche se i suoi ultimi libri non li ho letti né comprati. Ma gli amori certe volte si raffreddano e poi si infiammano di nuovo, no?

  5. Carlo Rossi Dice:

    Concordo pienamente con l’articolo principale. Anche a me il romanzo è piaciuto moltissimo, devo dire che mi ha proprio emozionato; da sardo emigrato non è stato difficile immedesimarmi sia nelle figure marginali che nei protagonisti, perché sono sicuro che se fossi rimasto non sarei stato troppo dissimile da loro, anzi… Una delle cose curiose è che Soriga nella sua narrazione così individualistica, autobiografica quasi, riesce a rendere uno spaccato universale dell’esistenza, e a rendere in modo nudo, scevro di miti e luoghi comuni, l’immagine della Sardegna come è oggi.
    Un pirata mancato(?)

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