Sardinia Blues

5, Giugno, 2008

Ho sempre sostenuto, e sempre sosterrò, che non siamo noi a scegliere i libri, ma il contrario. I libri ci fiutano, ci annusano e ci vengono incontro, in modi spesso imperscrutabili.

Non sapevo che esistesse Sardinia Blues. A dirla tutta, non sapevo neanche che esistesse Flavio Soriga. Se non che si sono verificati due eventi, in concomitanza. Una mia amica si è lasciata conquistare dal romanzo e io dall’autore.

Sardinia Blues è un libro che ho amato tanto e pure se non si fossero verificati gli eventi concomitanti di cui sopra, sarebbe bastato già solo aprirlo, leggere la dedica («Ai sardi che sanno essere leggeri») – perché c’è qualcosa che ha più valore della leggerezza, del saper essere leggeri? la mia risposta, drastica, è no – e l’esergo («Stringimi madre, ho molto peccato, ma la vita è un suicidio, l’amore è un rogo. E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida») – dalla mia canzone preferita del mio gruppo preferito – a innamorarmi.

Secondo molti, in questo libro, Soriga racconta la Sardegna. Sì, certo, ma fosse solo quello, sarebbe banale. Soriga racconta sì la Sardegna, ma va oltre. In primo luogo perché racconta una storia (e quanti sono gli scrittori giovani, oggi, che sanno raccontare storie? Domanda retorica. Risposta scontata: pochi, troppo pochi).

Una storia, si diceva. Una storia bella, poetica, cruda, sincera e viscerale. Una storia che racchiude storie – quella di Davide, di Corda, di Licheri, dei tanti personaggi che hanno apparentemente solo un ruolo marginale. Una storia di disillusioni, soprattutto, così lucida a modo suo. Una storia nella quale niente è scontato che, soprattutto, non cede mai alla tentazione di farsi stucchevole.

Soriga ha una dote rara e meravigliosa: quella di saper coniugare leggerezza e densità. Lunga vita a Flavio e ai pirati.

Flavio Soriga, Sardinia Blues, Bompiani, 2008